11 Luglio 2025

Emma Gentili

Riproduzione, genere e nazionalismo nella politica e retorica demografica dell'estrema destra.

“L’Italia è un paese per vecchi.” Quest’affermazione si sente spesso, dai dibattiti politici televisivi alla tavola di famiglia. La sproporzione tra anziani e giovani in Italia è notevole, dato che la popolazione del paese sta invecchiando da decenni. Dal secondo dopoguerra, i tassi di fertilità sono diminuiti in tutti i continenti e in Europa in particolare. Uno studio Istat mostra che le nascite in Italia sono diminuite da 1 milione nel 1964 a 380 mila nel 2023. Le spiegazioni sul perché di questo fenomeno sono oggetto di innumerevoli dibattiti e ipotesi. Tuttavia, è ormai chiaro che quando i tassi di natalità e mortalità sono bassi, il cambio generazionale diminuisce, i tassi di disoccupazione aumentano e i finanziamenti fiscali per mantenere lo stato sociale diminuiscono.

Sebbene l’Unione Europea riconosca che la spesa sociale è gravata dall’invecchiamento delle società e quindi promuova politiche per gestire il cambiamento demografico, la maggior parte delle decisioni pratiche vengono prese al livello nazionale. Negli ultimi anni, l’Italia ha avuto un’età mediana tra le più alte, nel 2023 era di 48,4 anni. Di fronte a questi numeri, è impossibile per i politici italiani evitare di trattare la questione demografica. Nonostante ci sia una generale unanimità sul fatto che il declino della fertilità rappresenti una minaccia per l’integrità nazionale, gli approcci e i discorsi a riguardo variano drasticamente su basi politiche.

Giorgia Meloni si è impegnata ad affrontare la questione demografica. In occasione di una conferenza sul tema nell’aprile 2024, ha dichiarato: “Era tempo di avere un governo abbastanza coraggioso da concentrarsi sulla demografia e sulla natalità come sfide prioritarie che dovrebbero essere trasversali alle azioni di tutto il governo.” Sebbene Meloni riconosca che uno dei principali fattori che causano bassi tassi di fertilità sia la precarietà dei giovani, una posizione condivisibile, il suo discorso presenta una serie di argomentazioni comuni alla retorica populista di estrema destra. Meloni afferma le ragioni economiche che spingono le persone ad avere meno figli e sostiene che la maternità non dovrebbe compromettere la libertà e la carriera di una donna, ma poi passa ad argomenti più ideologici. Incolpa i “cattivi maestri” per aver demonizzato il concetto di famiglia come un’istituzione arcaica e patriarcale, prendendo indirettamente di mira le femministe intersezionali.

Questa retorica fa parte del programma antifemminista della Meloni, che promuove un modello di emancipazione femminile in cui tradizione e modernità si fondono, ritraendo se stessa come simbolo di una madre che non ha rinunciato alla carriera. L’argomentazione di Meloni è anche parallela al discorso transnazionale di estrema destra “anti-gender”, che collega le posizioni cattoliche e anti-LGBTQ+. Le studiose Indelicato e Lopes sostengono che per il governo di Meloni la normatività sessuale e di genere è un progetto di nation-building, strettamente legato alle sue posizioni anti-immigrati. I membri del partito di Meloni, Fratelli d’Italia, hanno apertamente suggerito che se gli italiani “nativi” continuano a fare sempre meno figli, la popolazione sarà sostituita dagli immigrati. L’opposizione dell’estrema destra all’ampliamento delle leggi sulla cittadinanza segue una logica simile, radicata nella gerarchizzazione della riproduzione, rivelando che i pregiudizi razziali sono centrali nel loro discorso demografico.

Meloni nel suo discorso spiega come il governo affronterà i problemi demografici. Spiega che parte dei fondi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) saranno destinati alla creazione di 2.600 asili nido per consentire ai giovani genitori di equilibrare vita lavorativa e vita privata. È emerso recentemente che questi fondi non hanno ancora raggiunto l’obiettivo annunciato: sono stati parzialmente tagliati, e che nel complesso il progetto non sembra promettente.

Nel suo discorso Meloni accenna anche alla volontà di ampliare il congedo parentale, ma anche questo non è avvenuto come si sperava. Il Partito Democratico chiede dal 2020 un congedo di paternità obbligatorio di cinque mesi, per dividere meglio il lavoro di cura dei figli tra i genitori. Durante la discussione sul bilancio statale del 2025, il governo ha deciso di non votare un emendamento per approvare la legge. 

Ancora una volta, questo rivela un’incoerenza tra la retorica dell’estrema destra nell’ affrontare i bassi tassi di fertilità e le loro azioni. Il governo agisce invece su basi performative. Ad esempio, ha dirottato i fondi stanziati dal partito progressista Piú Europa per l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole secondarie verso corsi di sensibilizzazione sulla fertilità e l’infertilità. Non è ancora chiaro cosa essi comportino. 

Il pensiero alla base di questa decisione è la convinzione che se i bambini vengono educati all’identità di genere non riprodurranno la famiglia nucleare. Questo è contraddittorio: se lo Stato ha bisogno di imporre un prototipo di famiglia naturale, allora forse non c’è molto di “naturale” in essa. Il discorso di Meloni sulla natalità è rappresentativo dei problemi più ampi delle politiche di controllo della fertilità. In primo luogo, questo si manifesta nell’eccessiva responsabilizzazione delle donne. La presidente del consiglio ha affermato la necessità di creare una società in cui: “Essere madre non dovrebbe essere una scelta privata, ma un valore socialmente riconosciuto e apprezzato, da proteggere, tutelare e incoraggiare”. Allo stesso modo, una volta ha affermato che le donne che hanno due figli “hanno già dato un contributo importante alla società”. La sfera privata è intrinsecamente politica, poiché lo stato influisce direttamente sulle scelte intime. È difficile immaginare che un discorso così nazionalista possa accendere radicalmente il desiderio di una persona di diventare genitore. Ma soprattutto, inquadrare la riproduzione come un’azione che le donne devono alla nazione, in nome di un bene più grande, elimina l’autonomia individuale. Come ha sostenuto la storica Rickie Solinger, affrontare la fertilità femminile come un problema sociale e cercare di cambiare le sue tendenze come mezzo per risolvere i problemi del Paese, fa da capro espiatorio alle donne senza figli, ignorando che questi problemi possono essere radicati in una mancanza di uguaglianza di genere e supporto statale. Questa narrazione non affronta le ragioni strutturali che impediscono alle persone di avere il diritto di crescere i figli in condizioni adeguate. 

In conclusione, si può sostenere che il governo Meloni non possa affrontare il declino demografico nel modo nel quale il suo governo lo sta attualmente affrontando. Infatti, nell’ inquadrare la questione su basi retoriche anti-migratorie, anti-femministe e anti-LGBTQ+, promuove politiche fuorvianti e discriminatorie che impattano le persone su basi razziste, di genere, classe e orientamento sessuale. Inoltre, il governo ha ripetutamente fallito nel far coincidere le sue immagini fortemente pro-nataliste con azioni pertinenti, come per esempio

nel caso degli asili nido. Allo stesso modo ha trascurato la possibilità di approcci più egualitari alla riproduzione, come il congedo di paternità, che potrebbero sfidare le norme di genere e centrare la genitorialità come responsabilità condivisa. Le azioni e le inazioni di Meloni, parallelamente al suo discorso che dipinge la riproduzione come un dovere per la nazione, colpiscono in modo sproporzionato e sovraccaricano le donne. Al di là del caso italiano, gli argomenti su quali siano le politiche o gli incentivi più efficaci per aumentare i tassi di fertilità sono costantemente rivisitati. Ma soprattutto, la posta in gioco è il rispetto dei principi dei diritti individuali. Lo stato non può imporre un’ideale di famiglia, ma dovrebbe dare gli strumenti alle persone per decidere autonomamente quando e se avere figli.