15 Settembre 2025

Rebecca Tibaldi

Preferiresti un fidanzato di destra o restare sola? l'italia nell'era della polarizzazione affettiva.

Nell’Italia di oggi, la domanda non è solo ironica. Dopo le elezioni del 2022, la politica non si limita a stabilire chi governa: entra nella vita privata, decide chi invitiamo a cena, chi frequentiamo, persino chi potremmo amare. È la logica dell’affective polarization, dove l’avversario politico non è solo qualcuno che la pensa diversamente, ma una minaccia da evitare, o peggio, da respingere.

Un sondaggio condotto subito dopo il voto del 2022 racconta bene la dinamica della polarizzazione: gli elettori valutano il loro partito con un “calore” medio tra i 70 e gli 80 punti su 100. Ma quando si guarda ai partiti avversari, il punteggio crolla a 20 — se non meno. È un abisso emotivo che non misura idee, ma sentimenti: quanto mi fido, quanto mi riconosco, quanto mi sento “vicino”.

Questa ricerca di Luigi Curini mostra che il disagio non si limita alla sfera politica. Agli intervistati è stato chiesto di immaginare scenari ipotetici: parlare di politica con qualcuno di idee opposte, o addirittura vedere un figlio sposare un partner “dall’altra parte”. Per molti elettori di sinistra — e soprattutto per quelli del Movimento 5 Stelle (M5S) — il disagio è significativo, mentre a destra la tolleranza sembra maggiore. In altre parole, chi si colloca a sinistra in Italia tende a chiudersi di più in bolle ideologiche, proteggendosi dal confronto.

E se i numeri fotografano il distacco, le storie quotidiane raccontano la sua pervasività. La mia amica Roberta pensava di aver trovato l’uomo giusto: stessi gusti musicali, stessa ironia. Poi, a tavola, lui ha detto: «Salvini aveva ragione: bisognava lasciarli affondare, così imparano a non partire».

Non era solo un commento estremo: era una dichiarazione di appartenenza, quasi di fede. Per lei, europeista convinta e allergica al populismo da spiaggia, bastò a stroncare ogni scintilla. “Piuttosto resto sola”, mi ha confidato.

 

È qui che la polarizzazione diventa affettiva: non riguarda più solo il voto, ma la vita quotidiana. E non sorprende allora che per un elettore su cinque la scelta del 2022 sia stata soprattutto “contro” qualcuno, non “per” qualcuno. Tra chi ha votato a sinistra, addirittura un elettore su tre si è mosso così. Un voto negativo, più che positivo.

Tutto questo ha un costo enorme per la democrazia. In una normale competizione politica, l’avversario è qualcuno da criticare, non da temere. Ma nel sondaggio, gli elettori di centrosinistra valutano i partiti di centrodestra quasi come un pericolo per la democrazia. È la rottura del patto civico: se l’altro non è più legittimo, allora il gioco democratico diventa impossibile.

 

Il governo Meloni non fa che cavalcare e intensificare questa dinamica. La sua retorica oppone “patrioti” e “élite”, “italiani veri” e “altri”. È una formula efficace per consolidare il consenso, ma corrosiva per la coesione sociale. Perché trasforma l’appartenenza politica in appartenenza affettiva: chi non è con noi, è contro di noi.

Questo non è un fenomeno isolato, e non è solo italiano. Negli Stati Uniti, studi recenti mostrano che le relazioni sentimentali tra persone di partiti diversi sono ormai rarissime: sposare un repubblicano per un democratico (o viceversa) è quasi impensabile.

La polarizzazione affettiva ha trasformato il dissenso politico in un confine sociale invalicabile. Pur non avendo l’Italia ancor raggiunto tale livello di radicalità, i dati suggeriscono un avvicinamento, e, da Paese fondatore dell’Unione Europea, la nostra traiettoria è simbolica: un’Europa che si vorrebbe unita è frammentata all’interno dai suoi stessi membri.

I social media amplificano questa polarizzazione: un commento indignato o ironico ottiene molta più visibilità di un confronto pacato, alimentando un circolo vizioso in cui più la politica divide, più viene condivisa. Gli algoritmi, poi, ci rinchiudono in bolle dove leggiamo solo opinioni simili alle nostre.

Lo stesso accade nelle app di incontri, che finiscono per funzionare come filtri ideologici, come illustrato da Alexandra Samuel. Sempre più profili riportano disclaimer politici — “Se voti Salvini passa oltre” o “No sinistroidi del PD” — trasformando la ricerca dell’amore in una selezione preventiva basata sul voto.

Per le coppie, queste differenze possono trasformarsi in un vero campo di battaglia. Oggi la condivisione di idee politiche pesa sempre di più nelle relazioni: secondo degli studi, è uno dei fattori prioritari quando si inizia a frequentare qualcuno. In un’epoca di polarizzazione crescente, anche piccole discrepanze sembrano abissi. Non sorprende, allora, che in un clima che alimenta la divisione più che il dialogo siano sempre meno le Giuliette di sinistra disposte ad attraversare la navata politica per amore, mentre molte scelgono di evitare del tutto il conflitto.

Eppure, la domanda di partenza resta lì: dobbiamo davvero lasciare che la politica decida chi frequentiamo, chi amiamo, chi consideriamo degno di fiducia? O possiamo ribaltare lo schema?

Forse la sfida è recuperare la capacità di convivere nel dissenso. Non per relativismo, ma per sopravvivenza democratica. Accettare che chi vota Meloni non sia automaticamente “un nostalgico”, che chi vota PD non sia automaticamente un “professorone moralista”. Creare spazi — nelle scuole, nei media, nelle famiglie — dove il confronto non sia tabù.

Perché se la politica detta non solo le urne ma anche le nostre relazioni più intime, allora la polarizzazione non è più un fenomeno astratto: è la vita di tutti i giorni. E a quel punto, la domanda “Preferiresti un fidanzato di destra o restare sola?” non sarà più un paradosso, ma la triste fotografia di un Paese che non sa più parlarsi.

SULL’AUTRICE

Rebecca sta attualmente conseguendo una laurea triennale in Politics and International Relations presso lo University College London (UCL), con un forte interesse accademico e professionale per lo sviluppo sostenibile e la diplomazia.

Ha maturato un’esperienza pratica nel campo delle relazioni internazionali svolgendo un tirocinio come Diplomatic Affairs Intern presso la Missione Permanente del Perù presso le Nazioni Unite a Ginevra. All’UCL ricopre inoltre il ruolo di Head of Events, occupandosi della pianificazione e del coordinamento di iniziative studentesche ed eventi accademici.