Il 14 luglio 2025, Francesco Bidognetti, ex leader della Camorra napoletana già detenuto con una condanna all’ergastolo per molteplici reati gravi, è stato condannato a 18 mesi di reclusione per aver minacciato Roberto Saviano, lo scrittore impegnato nella lotta contro la mafia, noto anche per aver portato alla luce l’influenza politica della criminalità organizzata italiana.
Saviano vive sotto scorta 24 ore su 24 dal 2006, cioè da quando pubblicò Gomorra, libro che ha svelato meccanismi interni della Camorra e che gli è valso minacce di morte da parte della stessa. Alla magistratura italiana sono serviti 17 anni per arrivare a una sentenza definitiva sul caso. Parlare apertamente, ha dichiarato Saviano, ha trasformato la sua vita in un vero e proprio inferno. La criminalità organizzata, però, non è stata l’unica forza a tentare di silenziarlo.
Tra il 2020 e il 2023, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il leader della Lega Matteo Salvini hanno citato in giudizio per diffamazione Saviano dopo le sue critiche pubbliche alle loro politiche anti-immigrazione (2020–2023). Il caso ha messo in luce l’uso strategico delle azioni per diffamazione, spesso impiegate in Italia non solo per tutelare la reputazione ma anche per scoraggiare il dissenso pubblico attraverso il ricorso ai tribunali. A rafforzare questo effetto contribuisce il quadro normativo italiano sulla diffamazione penale, che prevede pene detentive da sei mesi a tre anni: anche in assenza di una condanna, il procedimento stesso può risultare punitivo, costoso ed estenuante. Come ha osservato lo stesso Saviano, le cause per diffamazione penale consumano tempo, denaro ed energie, incoraggiando l’autocensura e scoraggiando il giornalismo investigativo, pilastro fondamentale della democrazia.
Se per le organizzazioni criminali è normale fare ricorso a minacce e violenza come strumenti di censura informale, la vicenda di Saviano dimostra che anche gli attori politici possono ottenere risultati simili, ricorrendo però a strumenti dell’istituzione. L’episodio riflette inoltre un fenomeno più ampio: quando l’intimidazione viene normalizzata, che questa avvenga tramite la violenza o azioni legali, la libertà di stampa viene indebolita ben oltre l’individualità del caso.
A confermarlo è la posizione sfavorevole occupata dall’Italia per quanto riguarda la libertà di stampa in Europa, per la quale il paese si colloca ventesimo su ventisette. Nell’Indice mondiale della libertà di stampa 2025 pubblicato da Reporters Without Borders, l’Italia si è collocata al 49° posto, registrando un peggioramento rispetto agli anni precedenti.
Anche il Rule of Law Report 2024 della Commissione europea evidenzia criticità strutturali. L’Italia continua a non soddisfare pienamente gli standard europei nella protezione dei giornalisti e non ha ancora istituito un’istituzione nazionale per i diritti umani che sia in linea con i Principi di Parigi delle Nazioni Unite.
La fiducia pubblica nell’indipendenza della magistratura resta debole: nel 2024 solo il 36% della popolazione e il 42% delle imprese hanno valutato l’indipendenza di tribunali e giudici come “abbastanza o molto buona”, in calo rispetto al 2023. In questo contesto, anziché promuovere interventi volti a rafforzare la fiducia nelle istituzioni giudiziarie, il governo ha spesso politicizzato il diffuso malcontento nei confronti della magistratura, uno sforzo che ha recentemente trovato culmine nel referendum sulla riforma della giustizia, presentato come risposta alle criticità del sistema, ma ritenuto da molti più simbolico che realmente idoneo ad affrontarne le cause strutturali.
Una dinamica analoga emerge anche nel campo dell’informazione pubblica. La questione, infatti, non riguarda solo il rapporto tra politica e magistratura, ma investe più in generale l’autonomia delle istituzioni democratiche.
Il servizio pubblico radiotelevisivo RAI, formalmente vincolato da un contratto che garantisce indipendenza e imparzialità, è da tempo oggetto di critiche per interferenze politiche. Nel 2024, il sindacato dei giornalisti della RAI, USIGRai, ha denunciato in un comunicato ufficiale una decisione della Commissione parlamentare di vigilanza che consentiva la trasmissione di interventi politici e comizi nei notiziari senza contraddittorio né adeguata mediazione giornalistica. Più semplicemente: i telegiornali avrebbero potuto trasmettere interventi politici anche integralmente, senza domande, contestualizzazione o verifica giornalistica.
Il comunicato ha avvertito gli spettatori in maniera esplicita: “la maggioranza di governo ha deciso di trasformare la Rai nel proprio megafono.”
Sebbene l’articolo 21 della Costituzione italiana sancisca la libertà di espressione, negli ultimi anni sono emersi segnali di una crescente distanza tra la tutela formale di questo diritto e la sua applicazione. Questa tensione emerge non solo nel discorso politico, ma anche nella pratica: aggressioni fisiche, minacce di morte e intimidazioni nei confronti di giornalisti e reporter continuano a verificarsi; conduttori critici sono stati spinti a dimettersi e programmi televisivi sarebbero stati cancellati dopo aver criticato ministri del governo. Solo nei primi sei mesi del 2024, la piattaforma Mapping Media Freedom ha registrato 74 episodi di violazioni e minacce nei confronti di giornalisti in Italia.
Qual è stata, dunque, la risposta dell’Unione europea? Nell’aprile 2022 la Commissione europea ha proposto una direttiva per contrastare le SLAPP (Strategic Lawsuits Against Public Participation), azioni legali abusive utilizzate per mettere a tacere giornalisti, difensori dei diritti umani e altri soggetti impegnati su questioni di interesse pubblico. Sebbene la proposta abbia rappresentato un passo significativo, la sua attuazione negli Stati membri è stata lenta e disomogenea. Uno sviluppo più sostanziale è arrivato nel 2024, quando il Consiglio ha adottato l’European Media Freedom Act (EMFA). Le nuove norme, pienamente applicabili dall’8 agosto 2025, stabiliscono un quadro comune per i servizi mediatici nel mercato interno dell’UE e introducono garanzie volte a proteggere giornalisti e fornitori di servizi mediatici dalle interferenze politiche. Resta tuttavia da vedere se queste misure miglioreranno concretamente la situazione in Italia.
Nel loro insieme, questi sviluppi indicano un problema democratico più profondo. Le intimidazioni esercitate dalla mafia e le pressioni provenienti da esponenti pubblici possono differire nei metodi, ma il loro obiettivo appare sorprendentemente simile. Una si affida alla violenza e alle minacce, l’altra alle cause legali e alla pressione normativa, producendo però lo stesso risultato: il silenzio.
Il problema non è soltanto che i giornalisti vengano attaccati da direzioni diverse, ma che queste pressioni finiscano sempre più spesso per rafforzarsi reciprocamente. Ciò che emerge dunque non è una serie di abusi isolati, ma piuttosto un fenomeno sistematico; quando la criminalità organizzata e il potere politico, anche indirettamente, generano forme parallele di intimidazione, lo spazio per il dissenso si restringe.
Saviano una volta disse: «La democrazia non si fonda soltanto sul consenso che porta alla vittoria elettorale, ma sulla possibilità di dissentire e criticare. Senza questa, la democrazia non ha aria per respirare». La vera domanda oggi non è più se i giornalisti siano sotto pressione, ma se la democrazia italiana riesca ancora a respirare.