È inutile nasconderlo, l’invasione russa dell’Ucraina a febbraio 2022 ha colto l’Unione Europea (UE) totalmente impreparata. Dopo anni di tagli alle spese militari e di eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti, le forze armate e l’industria della difesa europee si trovano ora atrofizzate, rendendo il sostegno a Kiev lento e faticoso. A tal proposito, negli ultimi mesi si è acceso un dibattito sulla necessità per l’UE di acquisire una sovranità militare e su come farlo.
È importante soffermarsi sulla natura paradossale della politica di difesa dell’UE. Essendo una materia che rimane sotto l’autorità dei singoli Stati Membri (SM), l’azione della Commissione europea è molto vincolata poiché essa può intervenire unicamente se c’è una richiesta unanime degli SM. Per aggirare questo difetto strutturale, e in risposta alla sua crescente marginalizzazione su dossiers puramente europei, l’UE ha lanciato una serie di iniziative volte ad integrare la sua base industriale a livello europeo, rafforzando così l’industria della difesa continentale.
Le manifestazioni a Roma
In Italia, la maggior parte dell’opinione pubblica è contraria al piano da 800 miliardi di euro proposto dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen il 5 marzo 2025. ReArm Europe – poi rinominato Readiness 2030 per placare gli animi degli allarmisti – mette a disposizione degli SM vari strumenti per aumentare le spese militari, incoraggiando in particolare i programmi congiunti tra partner europei.
Questa opposizione, guidata dai partiti di estrema destra e dalla sinistra populista e radicale, si è materializzata con le proteste tenutesi in varie domeniche primaverili ed estive di quest’anno. Alla manifestazione “Stop Rearm Europe”, organizzata a Roma il 21 giugno 2025, alcuni dei circa diecimila partecipanti hanno dato fuoco a bandiere dell’UE, dell’Ucraina e a carri armati di cartone rivestiti da bandiere europee.
Simultaneamente, in aria sventolavano bandiere palestinesi, come se, di fronte ad un’occupazione condannata dal diritto internazionale, si potessero fare due pesi e due misure nel modo di vedere la resistenza del popolo occupato.
In Italia, il riarmo europeo e il sostegno all’Ucraina sono temi talmente impopolari che dividono i partiti persino al loro interno, come dimostra la spaccatura in seno al PD. Esponenti come Cecilia Strada e Marco Tarquinio erano infatti a Roma a titolo personale, una presenza esplicitamente criticata dal senatore dem Filippo Sensi, mentre la leader del partito Elly Schlein si è tenuta lontana dalla Capitale.
Cosa spiega questa opposizione?
Il fronte Est percepito come lontano:
L’avversione italiana per il sostegno all’Ucraina deriva dal fatto che l’Italia è un paese mediterraneo e quindi più interessato al fronte sud che al fianco Est. Se la nostra minaccia principale viene dalla crescente insicurezza e instabilità nel Nord Africa e nell’Africa subsahariana, fenomeni che spingono migliaia di persone verso le nostre coste, perché mai dovremmo preoccuparci di quello che succede agli ucraini, o sentirci minacciati dalla Russia, un paese così lontano e con il quale membri del nostro governo sembrano addirittura simpatizzare?
Questi interrogativi sono confermati da un recente sondaggio condotto dallo European Council on Foreign Relations (ECFR) secondo il quale, su un campione di 13 paesi europei, l’Italia è tra quelli con il numero più basso di persone favorevoli all’idea che l’Europa debba continuare ad aiutare Kiev a riappropriarsi dei territori occupati da Mosca.
“Welfare VS Warfare”… ma sono davvero così opposti?
La principale fonte di preoccupazione degli antimilitaristi italiani è che i fondi usati per gli investimenti nella difesa vengano sottratti alle spese pubbliche, dalla sanità all’istruzione. Il mantra “welfare VS warfare” dimostra però una visione pericolosamente semplicistica della scelta che ci viene imposta. Gli investimenti nella difesa vanno infatti valutati in un contesto più ampio di reindustrializzazione dell’UE.
Gli economisti concordano sul fatto che per garantirne l’impatto positivo sulla crescita economica, l’incremento di questi investimenti deve essere accompagnato da un aumento degli investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S). Non a caso, investire massicciamente in R&S (IA, industria aerospaziale e semiconduttori in primis) è una delle raccomandazioni del rapporto di Mario Draghi sul futuro della competitività europea.
I vari Accordi Quadro che il Centro Alti Studi per la Difesa ha siglato dal 2020 con varie università italiane, tra cui la Sapienza di Roma e il Politecnico di Milano, si muovono proprio in questa direzione. Consentono infatti di sviluppare percorsi di alta formazione e iniziative di studio focalizzate sulle discipline STEM, le scienze strategiche e la sicurezza internazionale. Questo tipo di sinergie tra il mondo accademico e il settore della Difesa rappresentano opportunità di crescita, innovazione e sviluppo uniche per l’Italia, oltre a favorire una formazione olistica e multidisciplinare. Anche solo ambire ad avere degli ingegneri in grado di sviluppare e produrre equipaggiamenti e tecnologie militari di alto livello in assenza di sistemi educativi validi e all’avanguardia è quindi inverosimile.
Inoltre, il Ministero dello Sviluppo Economico italiano ha spesso garantito un sostegno importante alle aziende impegnate nella difesa e nella produzione bellica a marchio italiano dato che usufruiscono della mano d’opera italiana e contribuiscono allo sviluppo delle capacità industriali del paese.
In sostanza, rivitalizzare la difesa sarà benefico non solo per questo settore e non solo sul breve termine, ma renderà le economie europea e italiana più innovative e competitive in futuro.
L’interoperabilità come asset:
Un ripensamento delle spese militari europee non implica solo spendere di più, ma anche spendere meglio. Per ottimizzare i costi e le risorse, e pertanto raggiungere gli ambiziosi obiettivi che si è fissata in materia di difesa, l’Italia deve dare priorità agli investimenti su sistemi di armamenti comuni, riducendo così asimmetrie, duplicazioni e sprechi. Questo sforzo intergovernativo è racchiuso nel concetto di interoperabilità: permettere a vari eserciti nazionali di usare lo stesso tipo di armi, migliorandone così l’efficacia operativa sul campo. A sua volta, questa standardizzazione dei materiali favorisce i partenariati (le cosiddette joint ventures) tra le aziende europee attive nel settore della difesa e stimola la concorrenza tra gli SM.
Cosa ha fatto l’Italia:
A fine luglio, l’Italia ha chiesto di accedere al programma Security Action for Europe (SAFE), uno strumento che fornisce 150 miliardi di euro in prestiti a lungo termine (fino a 45 anni) e a tassi agevolati agli SM che presentano alla Commissione europea progetti congiunti volti ad investire in equipaggiamenti e sistemi d’arma la cui componentistica è almeno al 65% di origine europea. I 14 miliardi di euro che Roma riceverà in cinque anni serviranno a rifornire le scorte missilistiche, di munizioni e di artiglieria, diminuite giacché donate all’Ucraina.
Questa decisione è un primo passo promettente per accrescere le capacità di deterrenza dell’Italia, favorire l’interoperabilità e osservare l’impegno assunto dal governo Meloni lo scorso giugno al summit della NATO all’Aia di portare il bilancio della difesa al 3,5% del Pil nazionale entro il 2035.
Dal burden sharing al burden shifting:
Il motivo per cui oggi l’Italia deve dotarsi di capacità di difesa adeguate così rapidamente e in maniera così sostenuta è semplice: non è stato fatto negli ultimi decenni, abusando invece della generosità statunitense. Ora che ci sollecitano con modi spicci, gli Stati Uniti considerano noi europei come dei parassiti, viziati e ormai irrilevanti. Genuflettersi alla mercé di potenze egemoniche non rende certo più sicuri.
Alla luce di ciò, è tempo di fare con le politiche di sicurezza e difesa quello che è stato fatto agli albori dell’Unione con il carbone e l’acciaio, gestendole in maniera comunitaria ed accollandoci un onere maggiore. Che agli Italiani piaccia o meno, gli americani si faranno sempre meno carico della sicurezza europea; sarebbe quindi opportuno sfruttare questo momento per rafforzare le forze convenzionali europee ed imparare a stare in piedi da soli.
L’arte del deal:
In maniera simile, oggi molte associazioni italiane contro il riarmo criticano l’accordo commerciale firmato il 27 luglio scorso tra l’UE e gli Stati Uniti, non solo per il regime tariffario svantaggioso al quale sono sottoposti gli europei, ma anche perché li vincola ad aumentare significativamente gli acquisti di equipaggiamenti militari di produzione americana.
Ma per afferrare il fondamento logico dietro questo accordo è necessario collegare i punti: se non avessero concordato questi parametri commerciali chiave, probabilmente i leader europei non si sarebbero ritrovati accanto al presidente ucraino Zelenskyy alla Casa Bianca il 18 agosto scorso, e non avrebbero avuto l’opportunità di presentarsi come fronte unito dinanzi al presidente americano. Una classica mossa del Presidente imprevedibile certo, ma prevedibilmente deal maker che, ormai è risaputo, stringe accordi multilaterali come fossero contratti su beni immobiliari di Manhattan.
Inoltre, è importante capire che adeguarsi all’approccio transazionale di Trump non giova soltanto a lui, ma è anzitutto nell’interesse degli europei stessi. Nelle Relazioni Internazionali, avere la capacità di difendersi arma un attore di credibilità agli occhi di alleati e nemici, ed è proprio questa virtù che determina se si ha un posto al tavolo delle trattative dalle quali dipenderà anche il futuro dell’Europa.
Conclusione:
Per non trovarsi in una posizione di vulnerabilità in un contesto internazionale sempre più instabile, l’Europa deve prendere atto di una nuova realtà in cui l’uso della forza è ritornato ad essere strumento ricorrente di risoluzione dei conflitti.
Ponderare le spese di sicurezza e difesa in maniera più strategica non equivale ad essere guerrafondai, e non sono certo i programmi proposti dalla Commissione europea ad aver reinnescato la corsa al riarmo. Queste sono conseguenze, misure di adattamento per reagire alle sempre più frequenti violazioni del diritto internazionale, in un contesto securitario a dir poco precario.
In poche parole, non si rafforza la difesa per fare la guerra, ma anzi per raggiungere ed assicurare più efficacemente uno stato di pace: solo una postura di deterrenza solida e credibile contiene gli avversari.
Con un sistema di difesa ucraino rafforzato e completato da garanzie di sicurezza europee, forse Putin ci avrebbe pensato due volte prima di invadere l’Ucraina. Per questo le divisioni sul riarmo radicate in Italia non fanno che allontanare gli italiani dalla tanto agognata autonomia strategica europea, rendendoli vittime di un’imprudente illusione.
Laddove vengono identificate delle minacce comuni a vari SM, se non a tutti, la risposta logica sarebbe quella di agire in maniera comunitaria, coordinando l’azione ed evitando frammentazioni. Per settori esistenziali come quello della difesa questo vuol dire, in primo luogo, una produzione più integrata e più europea. Altrimenti, rimanendo divisi e deboli saremo più facili da mangiare.
SULL’AUTRICE
Gaia ha conseguito una laurea triennale in Relazioni Internazionali presso il King’s College di Londra e sta attualmente svolgendo un Master in Sicurezza Internazionale a Sciences Po Paris.
Ha lavorato per un anno a Bruxelles, prima da Finabel, un centro di ricerca sull’interoperabilità delle forze armate, e poi all’International Crisis Group, un’organizzazione per la prevenzione, mediazione e risoluzione dei conflitti, per cui è tuttora consulente.
Ha uno spiccato interesse per il nesso tra le varie crisi securitarie che colpiscono l’Africa, il ruolo degli attori coinvolti (esterni ed interni, statali e non) e il posizionamento del continente nel sistema internazionale contemporaneo. Sostenitrice convinta del processo di integrazione europea, ha una forte passione per lo studio delle politiche di difesa e sicurezza dell’Unione Europea.