Cosa accade quando la pace nelle regioni colpite da conflitti di lunga durata viene gestita come una ristrutturazione aziendale? Le priorità del multilateralismo contemporaneo sono spesso oscurate dal linguaggio della cooperazione, della governance e dello sviluppo. Per capire cosa conta davvero, basta seguire il denaro.
Presentato come alternativa al sistema delle Nazioni Unite, da tempo criticato da Donald Trump perché ritenuto inefficace, il Piano globale per porre fine al conflitto tra Israele e Gaza ha ricevuto sostegno internazionale attraverso la risoluzione del Consiglio di Sicurezza S/RES/2803(2025), adottata il 17 novembre 2025. Progettato dall’amministrazione Trump, il Consiglio per la Pace (BoP) riunisce 28 Stati fondatori e 21 osservatori, tra cui l’Unione Europea, in un quadro che promette un approccio più «agile» al consolidamento della pace (peacebuilding) in nome dell’efficacia e del buon senso. Oltre ad assicurarsi l’approvazione per l’istituzione temporanea della Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) e il sostegno della Banca Mondiale e di altre importanti istituzioni finanziarie, il BoP ha istituito il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG), un’autorità costituita esternamente incaricata di esercitare governo civile su Gaza in un quadro progettato, finanziato e supervisionato da attori esterni al territorio stesso. Questa mossa segnala un cambiamento più ampio in cui le questioni di sovranità, rappresentanza e autodeterminazione politica vengono riformulate come questioni di gestione istituzionale.
Tuttavia, il linguaggio dell’efficienza gestionale si concilia con difficoltà con le realtà dello sviluppo post-conflitto. La stessa nozione di «consolidare pace agilmente», così come articolato sul sito web ufficiale del Consiglio, appare quasi un ossimoro, suggerendo che il lavoro misurato, complesso e profondamente politico di peacebuilding possa essere snellito attraverso la logica della gestione aziendale.
La reazione degli Stati europei al progetto è stata tutt’altro che uniforme. L’Ungheria e la Bulgaria sono stati gli unici Stati membri dell’UE a manifestare interesse ad aderire al Board of Peace in qualità di membri permanenti, mentre Francia, Irlanda, Spagna e Slovenia hanno rifiutato categoricamente l’invito, citando preoccupazioni riguardo alla struttura di governance del Board of Peace e ai presupposti su cui si fonda. Altri invitati hanno assunto una posizione più ambigua. L’Italia, insieme a Germania, Regno Unito e Unione Europea, ha inizialmente rifiutato l’adesione per poi optare successivamente per lo status di osservatore.
Se il dibattito sul Consiglio verte sulla distribuzione dell’autorità all’interno delle architetture emergenti della governance della pace, il contributo finanziario dell’Italia alla pace e allo sviluppo globali offre una lente utile attraverso cui esaminare come tali preferenze si traducano nella pratica. Gli stanziamenti finanziari non possono rivelare di per sé le intenzioni, ma possono fornire uno spaccato delle logiche istituzionali che i governi scelgono di privilegiare.
A prima vista, il profilo dei contributi italiani appare saldamente orientato alla cooperazione multilaterale: il Profilo Sviluppo e Cooperazione stilato da OCSE sull’Italia ha registrato un incremento del 12% per contributi al sistema multilaterale tra il 2023 e il 2024. Tuttavia, un’analisi più approfondita suggerisce un quadro più complesso.
La stragrande maggioranza dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (ODA) bilaterale continua a transitare attraverso istituzioni del settore pubblico e organizzazioni multilaterali, mentre le organizzazioni della società civile (CSO) — i canali più prossimi ai contesti locali — occupano una posizione relativamente marginale. L’OCSE riporta infatti una contrazione marcata tra il 2022 e il 2024: da 356,93 a 191,74 milioni, nel totale dell’ODA erogato a e attraverso le CSO, una riduzione del 46,3% in due anni. L’esborso é pari appena al 5,7% dell’ODA bilaterale italiana, in calo rispetto al 7,4% dell’anno precedente. Guardando nello specifico al sostegno alle Organizzazioni Non Governative (ONG) — un sottoinsieme delle CSO — il calo risulta ancora più significativo nel medio periodo: da USD 180,3 milioni nel 2019 a 121,9 milioni, una contrazione di oltre 58 milioni di dollari, pari al 32,4%. Un’ulteriore analisi rivela poi che solo il 34,7% degli aiuti destinati alle CSO ha raggiunto organizzazioni con sede nei paesi in via di sviluppo, il che significa che quasi due terzi sono invece confluiti verso organizzazioni internazionali o enti con sede negli stessi Stati donatori.
Ad esempio, il governo Meloni ha stanziato USD 525,2 milioni al sistema delle Nazioni Unite. Di questi peró risulta chiaro che 367,1 milioni di dollari – pari al 69,9% del totale – sono stati destinati a fondi vincolati anziché erogati come finanziamenti di base. Ma questo cosa significa? I rapporti dell’OCSE distinguono tra sostegno di base e finanziamenti destinati a scopi specifici; questi ultimi si riferiscono alle risorse convogliate attraverso le CSO per attuare progetti già avviati dal donatore. Secondo i dati dell’OCSE, quasi sette dollari su dieci convogliati attraverso l’ONU sono stati erogati con condizioni che ne specificavano l’uso previsto e limitavano la discrezionalità delle istituzioni beneficiarie.
Le implicazioni vanno quindi oltre le questioni di efficienza o di erogazione degli aiuti. Se la titolarità locale è stata a lungo presentata come una pietra miliare della costruzione della pace sostenibile, questi dati suggeriscono che coloro che sono più vicini al conflitto rimangono solo partecipanti parziali alle architetture finanziarie istituite a loro nome. Anche all’interno della quota limitata di aiuti destinati alla società civile, una parte significativa rimane strutturata secondo priorità definite dai donatori. In tali casi, le organizzazioni della società civile funzionano meno come attori politici autonomi e più come partner attuatori che operano all’interno di quadri progettati altrove.
Certamente, questi modelli non sono esclusivi dell’Italia. L’uso diffuso di finanziamenti vincolati, la predominanza dei paesi donatori e degli intermediari internazionali, nonché il trasferimento relativamente limitato di risorse e di potere decisionale agli attori locali sono caratteristiche ricorrenti tra i donatori del Comitato di aiuto allo sviluppo (DAC) dell’OCSE. Semmai, il profilo degli aiuti italiani illustra una tendenza strutturale più ampia all’interno delle attuali architetture di sviluppo e di consolidamento della pace: una preferenza per la gestione della cooperazione attraverso istituzioni e meccanismi di supervisione piuttosto che per la cessione di un controllo significativo a coloro che sono più direttamente colpiti dal conflitto.
Questa tendenza, tuttavia, si concilia con una certa difficoltà con un corpus sempre più ampio di studi sullo sviluppo di pace sostenibile che sostengono la “localizzazione”, intesa dall’OCSE come un processo volto a rafforzare la leadership, la titolarità e la capacità decisionale degli attori della società civile attraverso il trasferimento non solo di risorse, ma anche di un controllo significativo sulle modalità del loro utilizzo.
In conclusione, nel loro insieme, le tendenze ODA presentate in questo articolo combaciano ad una più ampia riconfigurazione della governance della pace e dello sviluppo. Le risorse continuano a circolare attraverso istituzioni multilaterali, organizzazioni internazionali e canali della società civile, ma l’autorità decisionale rimane concentrata a monte. Il risultato non è l’abbandono della cooperazione, ma la sua crescente organizzazione attorno a meccanismi di supervisione, coordinamento e controllo gestionale — la stessa logica che, a Gaza, ha trovato la sua forma istituzionale più esplicita nell’NCAG: un’autorità concepita per amministrare la governance civile, lasciando però la sua progettazione, il finanziamento e la supervisione nelle mani di attori al di fuori del territorio stesso.
L’Italia, come gli altri paesi del DAC, non si sta quindi allontanando dal multilateralismo; sta piuttosto partecipando a una forma di multilateralismo “gestito”, in cui le priorità dei donatori rimangono integrate in quadri apparentemente cooperativi. La preferenza non va all’azione unilaterale, ma al mantenimento dell’influenza sui termini attraverso i quali viene esercitata la cooperazione — una preferenza che Roma ha reso esplicita nella sua opposizione al Consiglio della Pace, che non mirava al principio di una pace amministrata dall’esterno, ma alla propria posizione all’interno della gerarchia che la gestisce.
La reazione del governo Meloni al Consiglio di Pace di Trump risulta dunque coerente con l’investimento multilaterale intrapreso dal governo: entrambi gli approcci prevedono inclusione pur mantenendo controllo, ed entrambi descrivono il risultato con termini mutuati dal linguaggio delle sale di consiglio piuttosto che con quello dell’autodeterminazione. Una realtà in cui gli Stati membri si riuniscono in nome di concetti superficiali come «consolidamento agile della pace» o «governance basata sul buon senso» è una realtà in cui il bene delle comunità colpite dai conflitti viene eclissato dalla pura ostentazione della scena multilaterale. E i fatti, o in questo caso i soldi, parlano.