31 Luglio 2025

Alice Lucchini e Rosalina Ferrajolo

Europa a Mani Vuote: quattro modi in cui l'ue volta le spalle a gaza

Nella primavera del 2024, i campus universitari europei sono diventati l’epicentro di vaste proteste studentesche per Gaza. In Germania e in Belgio, gli studenti hanno occupato gli edifici universitari intonando cori contro l’occupazione israeliana. All’Università di Amsterdam (UvA), la polizia in assetto antisommossa ha arrestato oltre cento studenti durante le occupazioni che si erano formate nel campus, mentre a Oxford e a Edimburgo gli studenti hanno abbandonato le cerimonie di laurea avvolti in kefiah e scandendo “Free Palestine”. Scene simili si sono verificate in tutta la Spagna e l’Italia, dove gli studenti hanno indossato sciarpe palestinesi durante le lauree e organizzato sit-in all’interno delle università, fermi nel loro sostegno al popolo di Gaza.

Questo movimento globale dimostra che, per quanto i media spesso descrivano i manifestanti come confusi o disorganizzati, le proteste sono in realtà parte di un più ampio e ben strutturato movimento studentesco che ha trasformato i campus europei in luoghi di protesta, lutto e resistenza. E il loro impatto è concreto: in risposta, diverse università europee hanno accettato di riesaminare i propri investimenti, sospendere collaborazioni istituzionali e avviare indagini interne sui legami con entità israeliane.

Se degli studenti, con risorse e potere limitati, riescono a coordinarsi con tanta lucidità politica ed efficacia, vale la pena interrogarsi su come stiano rispondendo coloro che ricoprono ruoli istituzionali di responsabilità, e se i governi e le istituzioni europee stiano davvero mettendo in campo tutti gli strumenti di cui dispongono. Questo articolo sostiene che margini di miglioramento esistano su quattro livelli: giuridico, militare, politico ed economico.

Nel mezzo di una crescente sfiducia pubblica nel diritto internazionale come strumento efficace per fermare la catastrofe umanitaria a Gaza, voci come quella della Relatrice Speciale ONU Francesca Albanese restano un faro nel buio. Nonostante sia l’unica funzionaria ONU nella storia dell’istituzione a essere stata sanzionata politicamente dagli Stati Uniti, Albanese continua a sostenere con fermezza la sua valutazione giuridica: l’uso della forza a Gaza costituisce un genocidio. Per questo invita gli Stati a rispettare i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale.

Uno dei modi più chiari in cui l’Unione Europea potrebbe fare la differenza è proprio attraverso la difesa e l’applicazione degli strumenti giuridici internazionali, in particolare tramite la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) e la Corte Penale Internazionale (ICC). Ma gli sviluppi recenti hanno messo in luce crepe profonde in questo impegno. Nell’aprile 2025, l’Ungheria – pur essendo uno Stato membro della ICC – ha rifiutato di arrestare il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante una visita a Budapest, sfidando apertamente il mandato di arresto emesso dalla Corte per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Un atto che non solo mina l’autorità della Corte, ma rappresenta anche una chiara violazione degli obblighi giuridici previsti dallo Statuto di Roma. Allo stesso modo, nel luglio 2024, la ICJ ha pubblicato un parere consultivo che ha confermato l’illegalità dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi, esortando tutti gli Stati membri dell’ONU ad adottare misure efficaci per porvi fine. Anche in questo caso, però, la risposta è stata quasi nulla.

Questi episodi rivelano un problema più profondo: le decisioni di ICJ e ICC non sono gesti simbolici, ma obblighi giuridici vincolanti per tutti gli Stati membri. La loro credibilità – e, in ultima analisi, la loro capacità di fare giustizia – dipende interamente dalla cooperazione degli Stati. Quando questa cooperazione viene meno, si indebolisce l’autorità delle corti e si mette a rischio l’intero sistema di responsabilità internazionale. Se l’UE vuole davvero difendere un ordine internazionale basato sulle regole, deve garantire che tutti i suoi Stati membri rispettino uniformemente le decisioni della ICJ e della ICC.

Oltre agli strumenti giuridici, l’Unione Europea dispone di un evidente margine di azione anche sul piano militare, ma non lo sta esercitando appieno. Una misura fondamentale sarebbe l’imposizione di un embargo totale sulle esportazioni di armi verso Israele. Nel 2023, la Germania ha approvato esportazioni militari verso Israele per circa 326,5 milioni di euro, rendendola il secondo maggior fornitore dopo gli Stati Uniti. Sebbene questa cifra sia crollata nei primi mesi del 2024, scendendo a circa 32.000 euro, le autorizzazioni sono proseguite, includendo forniture di armi anticarro, munizioni e componenti per veicoli terrestri e sistemi di difesa aerea.

Nonostante un passato di sostegno militare consistente a Israele, l’Italia ha annunciato nell’ottobre 2023 la sospensione del rilascio di nuove licenze di esportazione, in linea con i principi costituzionali che vietano la vendita di armi a paesi in guerra o responsabili di violazioni dei diritti umani. Tuttavia, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha poi ammesso che i contratti già firmati hanno continuato a essere eseguiti, con esportazioni militari per circa 2,1 milioni di euro nell’ultimo trimestre del 2023.

Va inoltre ricordato che la cooperazione militare non si limita al trasferimento di armi. Comprende anche addestramenti congiunti, condivisione di intelligence e collaborazioni tecniche. Paesi dell’UE come Grecia, Croazia, Italia e Germania intrattengono da tempo legami strategici con Israele, tra cui accordi di formazione e sistemi antimissile condivisi.

Per allineare davvero le proprie politiche agli obblighi del diritto internazionale umanitario, l’UE deve sospendere sistematicamente tutte le forme di cooperazione militare, imporre trasparenza sulle collaborazioni passate e presenti, ed attuare un embargo integrale sulle armi a livello di tutti gli Stati membri.

A livello politico, in Europa avanza la spinta politica per il riconoscimento formale dello Stato di Palestina. Spagna, Irlanda e Norvegia, già parte dei 140 Stati membri delle Nazioni Unite che avevano riconosciuto la Palestina, sono state recentemente affiancate dalla Francia, che ha annunciato il riconoscimento poco prima della Conferenza ONU di alto livello sul principio dei due Stati, tenutasi nel luglio 2025. Durante la conferenza, anche il Lussemburgo ha seguito l’esempio, mentre il Regno Unito ha dichiarato che riconoscerà lo Stato palestinese solo nel caso in cui Israele firmi un accordo di pace. Una posizione che ha sollevato dure critiche: strumentalizzando un diritto fondamentale, il Regno Unito svuota di significato il principio stesso dell’autodeterminazione del popolo palestinese, che è inalienabile e non può essere subordinato a condizioni geopolitiche.

Ma il riconoscimento, che dovrebbe essere sostenuto collettivamente da tutti gli Stati membri, non basta. L’Unione Europea deve anche rivedere in profondità le sue relazioni politiche ed economiche con Israele. Un passo essenziale sarebbe la sospensione dell’Accordo di associazione UE-Israele, che garantisce a Israele un accesso preferenziale al mercato europeo a condizione del rispetto dei diritti umani. Il rifiuto, da parte dell’UE, di attivare la clausola sui diritti umani, nonostante le prove schiaccianti delle violazioni, non solo compromette la sua credibilità giuridica, ma rappresenta un tradimento grave ed illegittimo dei principi fondanti dell’Unione stessa.

L’ultimo aspetto rilevante della complicità europea nell’occupazione illegale è rappresentato dal continuo intreccio economico con i coloni israeliani. Le istituzioni dell’UE non hanno infatti mai applicato in modo significativo la propria “politica di differenziazione”, che vieta di estendere i benefici previsti dall’Accordo di Associazione UE-Israele agli insediamenti. I prodotti provenienti dalle colonie continuano a entrare nei mercati europei con etichette fuorvianti o del tutto assenti, mentre le esportazioni palestinesi subiscono pesanti restrizioni. Mentre la tragedia a Gaza si aggrava, l’UE dispone sia dell’autorità legale sia dell’obbligo politico di vietare commercio e investimenti con gli insediamenti, attraverso la propria Politica Commerciale Comune.

Come ha sottolineato un recente rapporto di Amnesty International, un primo passo in questa direzione dovrebbe essere l’introduzione di una legge che vieti tutte le importazioni, esportazioni e investimenti da e verso le colonie israeliane. A ciò dovrebbe affiancarsi un rafforzamento degli avvisi alle imprese, con l’obiettivo di scoraggiare ogni forma di collaborazione con banche, aziende o infrastrutture legate agli insediamenti. In questo senso, l’esempio della Norvegia è particolarmente rilevante: il fondo sovrano norvegese – il più grande al mondo – ha recentemente disinvestito da Paz Retail and Energy, proprietaria di stazioni di servizio attive anche nei territori occupati. Si tratta del secondo disinvestimento, dopo l’uscita da Bezeq (azienda di telecomunicazioni), e rappresenta l’applicazione concreta dei più severi criteri etici adottati dal governo norvegese nell’agosto 2024. Di fronte alla complicità europea, l’azione norvegese dimostra quale dovrebbe essere oggi lo standard etico minimo da pretendere da ogni governo: disinvestimento totale e boicottaggio a livello nazionale.

Mentre l’ondata di proteste in solidarietà con Gaza continua a crescere in tutta Europa, persiste l’inazione sfacciata dell’Occidente di fronte a quello che, secondo il diritto internazionale, può essere definito a pieno titolo un genocidio.

Mentre studenti e studentesse universitari rischiano arresti e repressione, il divario tra la mobilitazione popolare e le posizioni istituzionali si fa sempre più evidente. L’Europa rimane immobile nella sua direzione di non-intervento, sul piano giuridico, militare, politico ed economico.

Nonostante gli obblighi giuridicamente vincolanti previsti dal diritto internazionale, la crescente opposizione pubblica e gli esempi positivi di paesi come la Norvegia, l’Unione Europea continua a rifiutarsi di sospendere accordi, applicare embarghi sulle armi, far valere gli obblighi imposti dai tribunali internazionali o interrompere i legami economici con gli illegali insediamenti israeliani. Anche sul piano politico, il fallimento è evidente.

A parte eccezioni come Spagna e Irlanda, che hanno compiuto il passo simbolico ma significativo del riconoscimento dello Stato di Palestina, la stragrande maggioranza degli Stati membri resta paralizzata. La maggior parte dei governi non riesce nemmeno a condannare pubblicamente le ripetute violazioni del diritto umanitario da parte di Israele, figuriamoci a lanciare un’iniziativa coordinata ed efficace per fornire aiuti o esercitare pressioni politiche. Ciò che manca non sono gli strumenti, ma la volontà politica di usarli.