Lesvos, Greece- October 20, 2015: Refugees arriving in Greece, the North coast of Lesvos.

7 Marzo 2026

Nora Dezsènyi

Droni e Identificazione Biometrica: AI e Securitizzazione nella Gestione del 'Problema Migranti' in Italia.

Nell’ultimo decennio, gli attori politici, economici e istituzionali italiani hanno trasformato la migrazione da questione umanitaria a questione di sicurezza, sia attraverso il discorso politico sia mediante pratiche concrete. Questo fenomeno prende il nome di ‘securitizzazione’, ovvero il processo attraverso il quale attori statali e non statali costruiscono una questione politica o sociale come una minaccia esistenziale alla sicurezza che richiede misure eccezionali, comportando numerose conseguenze dannose. Nel contesto della migrazione, la teoria della securitizzazione analizza come governi, istituzioni internazionali, élite politiche e attori economici costruiscano la migrazione come una minaccia alla sovranità nazionale, all’identità e alla cultura collettiva, nonché alla sicurezza pubblica. 

Con la crescente importanza degli strumenti tecnologici e dell’Intelligenza Artificiale nel campo della gestione migratoria, comprendere il ruolo che la tecnologia svolge nei processi di securitizzazione è oggi particolarmente rilevante. Sebbene gli attori politici ed economici affermino spesso che gli strumenti tecnologici vengano utilizzati per fini umanitari in modo oggettivo e neutrale, la realtà è che essi sono impiegati dalle autorità italiane come strumenti concreti di controllo e come meccanismi simbolici che alimentano la paura. Le tecnologie di sorveglianza contribuiscono infatti alla marginalizzazione e alla criminalizzazione dei migranti, alla normalizzazione di misure di sicurezza straordinarie e all’intensificazione di pratiche securitarie già esistenti, tutti elementi chiave della securitizzazione.

Tra il 2020 e il 2025, e in particolare sotto il governo Meloni iniziato nel 2022, l’Italia è stata guidata da governi di destra che hanno intensificato l’uso delle tecnologie di sorveglianza nelle politiche di gestione della migrazione. Sotto la guida del partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, l’agenda governativa si è concentrata sulla prevenzione della migrazione irregolare e sulla criminalizzazione sia dei migranti sia degli attori umanitari che li sostengono.

Dal punto di vista politico, la rappresentazione della migrazione come minaccia alla sicurezza consente ai politici populisti di utilizzare i migranti come capri espiatori e di evocare nella popolazione sentimenti di paura legati all’identità nazionale e alla sicurezza. Il noto studioso Didier Bigo sostiene che la sicurezza non venga semplicemente dichiarata dagli attori d’élite, ma venga costruita da una rete di professionisti le cui pratiche quotidiane incorporano una logica securitaria all’interno degli Stati. Questi attori mettono in atto la securitizzazione non solo per affrontare quelle che considerano minacce, ma anche per giustificare la propria rilevanza, aumentare risorse e profitti e acquisire potere istituzionale.

One of the large Frontext Surveillance Drones owned by Frontext European Agency

Dal 2020, l’Italia ha ampliato l’uso delle tecnologie di sorveglianza tramite droni, sia attraverso investimenti nazionali sia tramite la collaborazione con Frontex. Ad esempio, nel 2020 il Ministero dell’Interno italiano ha stanziato 7,2 milioni di euro per l’operatività dei droni nel Mediterraneo centrale. L’Italia utilizza la tecnologia per securitizzare le proprie frontiere: attraverso i droni, facilita operazioni di intercettazione che dissuadono, controllano e contengono i migranti in modo sistematico e routinario.

Un elemento centrale del contributo dei droni aerei alla securitizzazione della migrazione è il processo di esternalizzazione, ovvero l’espansione della gestione migratoria oltre i confini italiani e la sua frequente “delega” ai Paesi di origine o di transito. Ad esempio, prove emerse da indagini condotte da ONG rivelano che i droni operati da Frontex trasmettono frequentemente segnalazioni di imbarcazioni in difficoltà e avvistamenti di migranti non alle organizzazioni di soccorso umanitario, ma alle guardie costiere libiche e tunisine. Infatti, nonostante il diritto internazionale, come la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), obblighi gli Stati a trasmettere le informazioni sulle imbarcazioni di migranti in pericolo ai centri di soccorso più vicini, sia le autorità italiane sia Frontex hanno regolarmente condiviso le informazioni raccolte dai droni con altri Paesi, come la Libia. A seguito di questo approccio di esternalizzazione, i migranti vengono sistematicamente intercettati, detenuti e rimpatriati forzatamente in Paesi in cui affrontano repressioni e abusi. Queste pratiche trasformano le aree marittime in zone di securitizzazione, militarizzazione ed esclusione, estendendo e rafforzando il controllo italiano a discapito della sicurezza e dei diritti dei migranti.

I droni aerei contribuiscono inoltre alla legittimazione e alla normalizzazione delle pratiche securitarie, poiché inquadrano i migranti come individui potenzialmente pericolosi che devono essere costantemente monitorati, controllati e dissuasi dal migrare. Questa caratteristica del sistema italiano di gestione della migrazione si allinea pienamente al concetto di “governamentalità del disagio” elaborato da Didier Bigo, secondo cui la migrazione non viene rappresentata come una minaccia urgente attraverso crisi esplicite, ma piuttosto come un insieme di rischi di basso livello e persistenti, per l’appunto, un disagio.

La gestione migratoria è così caratterizzata da un costante clima di sospetto e paura, in cui sono le routine burocratiche e sistematiche, più che le dichiarazioni di emergenza, a operazionalizzare la sicurezza e a guidare le politiche migratorie. In definitiva, i droni di sorveglianza contribuiscono a un sistema securitizzato che istituzionalizza le tecnologie di controllo come elementi centrali della gestione migratoria italiana. I droni identificano, monitorano e dissuadono costantemente la migrazione, incorporando una logica securitaria in modo ordinario e burocratico.

Accanto ai droni aerei, negli ultimi anni anche i sistemi di identificazione biometrica sono diventati sempre più rilevanti per la gestione della migrazione in Italia, venendo utilizzati alle frontiere e negli hotspot come Lampedusa. Secondo l’OIM, la biometria è definita come “mezzi automatizzati di identificazione di un individuo attraverso la misurazione di tratti fisiologici o comportamentali distintivi, quali impronte digitali, volto, iride, retina o caratteristiche dell’orecchio”. La raccolta e la successiva analisi dei dati biometrici sono spesso giustificate dalle autorità statali come necessarie per garantire neutralità amministrativa ed efficienza burocratica nella verifica dell’identità e per ragioni di sicurezza pubblica. Tuttavia, se analizzati attraverso la lente della securitizzazione, risulta evidente che in Italia, come in altri Paesi, il loro scopo principale è quello di incorporare logiche di sicurezza all’interno dei sistemi di gestione migratoria. I dati biometrici dei migranti vengono infatti spesso utilizzati dagli Stati per rappresentarli come individui sospetti, normalizzando e legittimando così la loro sorveglianza e marginalizzazione.

A livello nazionale, l’Italia ha integrato i dati biometrici in due principali sistemi: il Sistema Automatizzato di Identificazione delle Impronte Digitali (AFIS) e il Sistema Automatico di Riconoscimento delle Immagini (SARI), rispettivamente un database di impronte digitali e uno di riconoscimento facciale. La raccolta dei dati biometrici ridefinisce la migrazione come una questione di sicurezza da anticipare e gestire tramite algoritmi, radicando di fatto la securitizzazione all’interno delle tecnologie utilizzate dalle autorità statali. Procedure di identificazione invasive, soprattutto quando applicate a persone vulnerabili, possono amplificare la loro marginalizzazione ed esclusione, perpetuare stereotipi dannosi e dare luogo a pratiche di profilazione illegittime. Sebbene presentate come strumenti neutrali necessari per l’efficienza amministrativa e la sicurezza pubblica, queste tecnologie di sorveglianza discriminano spesso gli individui in base all’etnia e alla nazionalità, accentuando disuguaglianze preesistenti.

Questi risultati riflettono tendenze più ampie a livello europeo e globale. Gli Stati fanno sempre più affidamento sulla tecnologia per securitizzare, contribuendo a un ciclo crescente in cui l’inasprimento delle misure di sicurezza alimenta l’esclusione, l’ansia pubblica e, di conseguenza, ulteriori processi di securitizzazione. Senza interventi urgenti e su larga scala, questo circolo vizioso rischia di intensificarsi, con gravi conseguenze sia per i migranti sia per le società nel loro complesso. La militarizzazione del controllo delle frontiere, l’ascesa dell’estremismo politico, la polarizzazione sociale e l’alienazione dei migranti sono tutti fenomeni che mettono in luce gli aspetti dannosi della securitizzazione. Con il proseguire dell’era digitale nel plasmare sicurezza e migrazione, la tecno-securitizzazione è destinata ad aggravare ulteriormente queste dinamiche. In assenza di misure proattive di de-securitizzazione, le tecnologie di sorveglianza continueranno a rafforzare pratiche escludenti e meccanismi di controllo e contenimento dannosi.