La Milano Fashion Week è appena terminata; persone da ogni angolo del globo si sono riversate nella capitale della moda nel mezzo di un’intensa stagione Autunno/Inverno 26, tra il 24 febbraio e il 2 marzo, per poi disperdersi nuovamente per il mondo.
Ormai MFW si è evoluta fino a diventare una espressione della moda piuttosto dicotomica. Per cogliere la differenza tra le sue correnti, è sufficiente contrapporre una pista innevata di Dsquared2 ad una elegante passerella di Giorgio Armani, o un'”egg hunt” di Diesel (come visto nella S/S 26) a una presentazione di Loro Piana. Stili urbani e ispirazioni della strada si scontrano con design classici e tradizionali. Quali sono stati, dunque, gli emblemi di queste due forze, questa stagione? E cosa possiamo ricavare da entrambi?
La collezione più attesa della stagione è stata il debutto in passerella di Demna con Gucci, una delle maison milanesi per eccellenza. Con la sua collezione “La Famiglia” S/S 26, immortalata da Catherine Opie in una serie di ritratti archetipici di personaggi milanesi, il designer georgiano ha reso chiaro che la città e i suoi abitanti sarebbero stati al centro delle sue creazioni – e lo stesso vale per la sua collezione A/W 26, intitolata “Primavera.”
Un personaggio di spicco di “Primavera” è il maranza – un fenomeno culturale, un’estetica urbana che è diventata una vera e propria sottocultura e che si sta piano piano insinuando nell’alta moda. Demna accoglie con orgoglio il coinvolgimento di Gucci in questo look. Il rapper Fakemink ha sfilato con uno degli l’accessori immancabili del maranza: un marsupio Gucci, portato stretto al petto. Dello stesso colore e manifattura erano i suoi boxer, che spuntavano da pantaloni in pelle in “sagging”. Non è la prima volta che l’alta moda (Demna in particolare) si ispira alla strada e alle realtà di chi non è necessariamente il cliente tipico del settore, e non sarà l’ultima. La Gucci di Demna è stata finora interamente costruita sul tessuto sociale di Milano; eppure, per quanto l’archetipo del maranza possa essere un divertente escamotage estetico, possono questi veramente diventare protagonisti attivi della moda italiana?
La “fedeltà” ad offerenti più benestanti si è manifestata chiaramente nel momento in cui Mark Zuckerberg è arrivato fashionably late alla Fondazione Prada in cerca del suo posto in prima fila, accompagnato dalla moglie Priscilla Chan – entrambi vestiti Prada dalla testa ai piedi. È la prima volta che il magnate della tecnologia assiste ad una sfilata durante una delle fashion week, ma non la prima volta che un miliardario tenta di accaparrarsi un po’ di fashion clout.
Notoriamente, e secondo molti sgraziatamente, Jeff Bezos e Lauren Sanchez hanno fatto più di una apparizione nelle front row della Haute Couture Week di Parigi lo scorso gennaio. E non solo: la coppia è stata annunciata come sponsor del Met Gala di quest’anno, e si vocifera che stia trattando l’acquisizione di Condé Nast, il conglomerato editoriale che controlla, solo per citarne alcuni, Vogue, Vanity Fair, The New Yorker e GQ.
Zuckerberg non ha fatto altro che seguire l’esempio; comprendendo quanto capitale culturale, influenza e opportunità di espansione commerciale potesse offrire un posto in prima fila alla Milano Fashion Week. La sua presenza alla sfilata di Prada arriva, non a caso, dopo le notizie di una collaborazione tra Meta e la maison per lo sviluppo di occhiali con intelligenza artificiale.
La partecipazione di Prada a tutto ciò è particolarmente scoraggiante, poiché Miuccia Prada ha sempre tenuto a promuovere i propri valori attraverso le sue collezioni. Ex militante del Partito Comunista e attivista femminista nell’Italia degli anni Settanta, la maison che porta il suo nome ha sempre disegnato in risposta al mondo che la circonda.
Con il mercato del lusso in crescente difficoltà e un divario di ricchezza sempre più ampio – accompagnato da prezzi di giorno in giorno più esorbitanti – ogni anno la domanda “Per chi è la moda?” si fa sempre più urgente. E quindi, a chi appartiene davvero la Milano Fashion Week? Visto che in passerella vediamo collezioni ispirate alla gente comune, alle sottoculture e alle difficoltà quotidiane, eppure è evidente che il business della moda non può, o neanche tenta di, sopravvivere di sole ideologie.
In un’epoca in cui l’accesso alla cultura è stato democratizzato dai social media, le maison vogliono che tutti drizzino le orecchie e rivolgano loro tutta l’attenzione che i nostri cervelli assorbiti da TikTok sono ancora in grado di offrire. Eppure, l’attenzione si dissolve di fronte a un prodotto inaccessibile, che nemmeno mesi di risparmi permetterebbero di acquistare. A Milano questo è evidente: sfilate come quella di Demna per Gucci e di Dsquared2, che promuovono una narrativa orientata ai giovani, convivono in città con molte altre che invece puntano ad allontanarsi dalle strade per raggiungere gli attici con vista sul Duomo.