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12 Giugno 2026

Giorgia Sgueglia

L'Italia all'unesco con valditara: le contraddizioni dietro il racconto dell'EQUITÀ educativa

Un anno fa, su queste pagine, abbiamo analizzato la riforma Valditara, un nuovo programma scolastico a forte impronta nazionalista che riflette le basi ideologiche del governo Meloni. Al centro, la religione cristiana e una narrazione celebrativa della storia dell’Occidente. Ai margini, o del tutto assenti, l’educazione sessuo-affettiva, la parità di genere e i diritti LGBTQ+, insieme a una lettura critica di colonialismo, razzismo e multiculturalismo. Una riforma presentata come necessaria per una scuola più democratica, ma costruita attorno a una selezione precisa di quali narrazioni, memorie storiche e cornici culturali debbano contribuire alla formazione dell’immaginario civico e politico delle nuove generazioni.

Eppure, il 25 marzo 2026, a Parigi, il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara è salito sul palco dell’UNESCO per presentare l’Italia come esempio di progresso verso un’istruzione più equa, inclusiva e accessibile. Il riferimento è l’SDG 4 dell’Agenda 2030, l’obiettivo che misura la capacità dei sistemi educativi di garantire qualità e pari opportunità. Valditara è intervenuto al lancio del Global Education Monitoring Report 2026, primo capitolo della serie Countdown to 2030, il bilancio internazionale che monitora i progressi globali sull’istruzione. Nel panel dedicato alle strategie contro la dispersione scolastica, il Ministro ha presentato politiche di tutoraggio, strumenti digitali e interventi mirati sui territori, con Agenda Sud proposta come caso di successo in Italia.

Agenda Sud nasce nel 2023 come intervento mirato del governo Meloni sulle regioni del Mezzogiorno, dove le fragilità educative e strutturali persistono. Il programma riguarda 150 scuole e finanzia azioni mirate: recupero delle competenze di base, potenziamento delle discipline fondamentali, attività di tutoraggio individuale e percorsi aggiuntivi per gli studenti considerati a rischio di abbandono.

Resta però da capire come questi risultati si intreccino con una riforma che vincola l’istruzione in un Paese presentato come modello di equità educativa.

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Inizialmente pensato su un orizzonte biennale, è stato poi prorogato fino al 2026/27, segnalando la difficoltà strutturale di ridurre in tempi brevi i divari territoriali. Queste misure si inseriscono nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Nel capitolo dedicato all’istruzione, il PNRR destina circa 1,5 miliardi di euro al contrasto della dispersione scolastica e alla riduzione delle disuguaglianze educative, combinando interventi infrastrutturali e didattici: dal rafforzamento delle competenze di base al tutoraggio, fino al potenziamento del sistema di orientamento.

In tale contesto, Agenda Sud si affianca ad Agenda Nord e ad altre misure rivolte alle scuole più fragili. I risultati su cui si fonda la narrazione portata dal Ministero dell’Istruzione e del Merito all’UNESCO sono reali e misurabili. Secondo gli ultimi dati ISTAT, il quadro della dispersione scolastica è cambiato in modo significativo. Nel 2025 il tasso di abbandono precoce (Early Leavers from Education and Training, ELET) è sceso all8,2%, sotto la soglia europea del 9% fissata per il 2030. Nel 2010 era al 18,8%, mentre nel 2020 si attestava al 14,2%. Anche il Mezzogiorno ha seguito la stessa traiettoria, passando da circa il 17% nel 2018 a circa l’8,4% nel 2025, avvicinandosi per la prima volta alla media nazionale. Questa traiettoria è parte di un cambiamento più profondo nelle modalità di monitoraggio del sistema educativo.

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Un elemento comune alle politiche del governo Meloni è il ricorso crescente ai dati per individuare fragilità e orientare gli interventi pubblici. Le prove standardizzate INVALSI sono uno degli strumenti più diffusi per leggere su scala nazionale le differenze tra scuole e territori. Le INVALSI restano però uno strumento parziale: valutano competenze circoscritte come italiano, matematica e inglese, in momenti specifici del percorso scolastico e su campioni definiti (seconda e quinta primaria, terza media, seconda e quinta superiore). I risultati permettono confronti su larga scala, ma lasciano fuori dimensioni centrali dell’esperienza educativa, quali il contesto socioeconomico degli studenti, le condizioni materiali delle scuole, la qualità effettiva dell’insegnamento. 

Quando i dati INVALSI entrano nel circuito delle politiche pubbliche, come nel caso del PNRR, il rischio è un effetto di gerarchizzazione implicita tra le scuole, che vengono lette attraverso indicatori di performance. Uno strumento pensato per descrivere le disuguaglianze finisce per contribuire a renderle più leggibili come differenze stabili, non sempre più semplici da correggere.

L’“equità educativa” si complica, perché riguarda non solo l’accesso alla scuola, ma la qualità concreta dell’istruzione lungo linee molto più profonde di quelle misurate dagli indicatori ufficiali. È a questo livello che emergono altre fratture del sistema. Per primo, il divario di genere resta quasi invisibile nel discorso pubblico: i ragazzi abbandonano la scuola nel 12,2% dei casi, contro il 7,1% delle ragazze. Ancora più netto è il dato sugli studenti con cittadinanza straniera, il cui tasso di abbandono precoce nel 2025 arriva al 26,2%, quasi quattro volte quello degli studenti italiani. Inoltre, le condizioni concrete in cui la scuola funziona ogni giorno sono allarmanti.

Il patrimonio edilizio scolastico italiano è in larga parte precedente agli anni Settanta, e in molti casi non è stato adeguato agli standard attuali. Nel 2026, un’indagine su studenti delle scuole medie e superiori ha rilevato che circa l’80% ha seguito le lezioni in condizioni di freddo al rientro dalle vacanze invernali, mentre il 60% segnala temperature insufficienti in aula. I dati ministeriali indicano inoltre che l’1,5% degli edifici non dispone di impianti di riscaldamento, con una quota ulteriore per cui le informazioni non sono nemmeno disponibili in modo completo.

Un secondo livello di fragilità riguarda la capacità organizzativa delle scuole. Per l’anno scolastico 2026/2027, il Ministero ha previsto la riduzione di 2.174 posti di collaboratore scolastico nelle scuole secondarie di secondo grado, personale ATA che ogni giorno garantisce vigilanza, sicurezza e spesso l’assistenza materiale agli studenti con disabilità. I sindacati hanno sollevato critiche esplicite, parlando di un rischio per la tenuta organizzativa degli istituti più complessi. Secondo le simulazioni, in diversi casi gli istituti si troveranno a gestire un aumento simultaneo di classi, studenti e bisogni educativi speciali con meno personale a disposizione.

Nel suo intervento a Parigi, il Ministro ha richiamato anche l’uso di “piattaforme digitali basate sull’intelligenza artificiale, finalizzate ad offrire un supporto personalizzato in tempo reale agli studenti a rischio di dispersione. La tecnologia può rispondere alle disuguaglianze educative, se le sue condizioni di partenza sono distribuite in modo uniforme. Ma in Italia, il divario nel processo di digitalizzazione resta significativo.

Le regioni del Nord presentano livelli più alti di competenze digitali e di utilizzo delle tecnologie rispetto al Sud, dove regioni come Campania e Calabria restano sotto il 43% nelle competenze digitali di base. L’accesso alle competenze e agli strumenti tecnologici segue linee socioeconomiche e territoriali già consolidate. Tra i 25 e i 54 anni, l’86,1% dei laureati possiede competenze digitali almeno di base, contro il 33,5% di chi ha al massimo la licenza media. Anche l’accesso a internet domestico riproduce lo stesso schema.

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L’Italia ha registrato un miglioramento reale sul fronte della dispersione scolastica. È un dato che segna un avanzamento concreto e che è stato presentato all’UNESCO come prova di un sistema in trasformazione. Ma nel paese la scuola continua a mostrare una realtà più stratificata: profondi divari territoriali, condizioni materiali diseguali, carenze di personale e una distanza persistente tra gli obiettivi dichiarati e ciò che accade ogni giorno nelle aule. Non è una contraddizione nuova. È la stessa tensione presente nella riforma Valditara di un anno fa: nata con l’obiettivo dichiarato di rendere la scuola più equa e democratica, finisce però per produrre effetti opposti.