20 Luglio 2025

Luna Katrina Vriends

Chi Ha il Diritto di Appartenere? Cittadinanza, Lavoro e la Silenziosa Sconfitta dei Referendum del 2025

I referendum tenutisi in Italia l’8 e 9 giugno 2025 non sono stati semplicemente invalidati: sono stati culturalmente cancellati. Incentrati su quattro proposte volte a rafforzare le tutele sul lavoro e una per riformare la legge sulla cittadinanza, queste iniziative non sono mai entrate davvero nel dibattito pubblico diffuso. Con un’affluenza ferma poco sopra il 30%, nessuna delle cinque proposte ha raggiunto il quorum del 50% richiesto per la validità legale. Ma dietro il fallimento formale si cela qualcosa di più profondo: una politica silenziosa e reticente, apparentemente progettata con cura per preservare una visione ristretta ed esclusiva di cosa significhi essere italiani. 

Sorprendentemente, la questione forse politicamente più delicata, ovveero la riduzione del requisito di residenza per la naturalizzazione da dieci a cinque anni, non è mai stata apertamente contestata nel dibattito pubblico dominante, se non per essere etichettata e poi lasciata morire. In un panorama mediatico fortemente plasmato dall’influenza della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il silenzio istituzionale è diventato uno strumento di controllo.  Mentre il governo taceva, il messaggio era chiaro: in assenza di un dibattito istituzionale o di campagne informative, il fallimento del referendum non era questione di rifiuto, ma di mancata possibilità.

Non si è trattato di apatia, ma di strategia. La questione della cittadinanza non è stata affrontata, ma sepolta, e al suo posto è rimasto intatto il mito di un’identità italiana fissa e omogenea. L’appartenenza, così, non è stata intesa come un diritto da estendere, ma come uno status da difendere. Che questo esito sia stato progettato deliberatamente o semplicemente tollerato resta una questione aperta, ma le conseguenze sono le stesse: lo status quo è rimasto intatto, praticamente immune da giustificazioni pubbliche, dibattiti o interrogazioni.

In Italia, un referendum abrogativo richiede un quorum, cioè la partecipazione di almeno la metà più uno degli aventi diritto al voto, affinché l’esito sia vincolante. Sebbene tale meccanismo sia formalmente una garanzia di legittimità democratica, nell’Italia di oggi il quorum funziona sempre più come un freno conservatore. In un contesto dove l’astensione invalida la riforma tanto quanto un voto contrario, il silenzio diventa alleato del potere. In assenza di sforzi istituzionali per informare i cittadini o promuovere la partecipazione, il mancato raggiungimento del quorum riflette non tanto il disinteresse, quanto il silenzioso successo di un sistema che premia l’inazione.

Detto ciò, sarebbe fuorviante ridurre il fallimento del referendum alla sola mancata partecipazione. Tra chi ha votato, la proposta sulla cittadinanza ha raccolto oltre cinque milioni di voti contrari, ovvero più di un terzo delle schede scrutinate. Al contrario, le proposte legate al lavoro hanno incontrato molta meno opposizione. Questa divergenza rivela qualcosa di importante: che la cittadinanza, ben lontana dall’essere una mera questione amministrativa, tocca un terreno simbolico profondo, modellato da incomprensioni e paure legate alla cultura, alla migrazione e all’identità nazionale.

Nonostante ciò, la tendenza a separare cittadinanza e lavoro come se appartenessero a sfere distinte è profondamente fuorviante. In molti si sono chiesti perché quattro quesiti incentrati sulle tutele occupazionali siano stati accorpati a un quinto riguardante l’accesso alla cittadinanza. Ma si può andare oltre, ipotizzando che questa scelta non sia stata casuale, bensì funzionale a strategie politiche: un accorpamento che ha rischiato di disperdere l’attenzione e generare confusione narrativa. Considerando il peso simbolico del tema della cittadinanza, viene da chiedersi se non sia stato inserito proprio a causa della sua forza divisiva, piuttosto che nonostante essa.

In realtà, i due ambiti sono strettamente connessi. Concedere lo status di cittadino non equivale solo a riconoscere un’identità nazionale, ma significa garantire l’accesso a diritti fondamentali: sanità, istruzione, welfare e, soprattutto, un ingresso nel mercato del lavoro tutelato, anziché segnato dalla precarietà. Per molti immigrati esclusi dalla cittadinanza, la condizione di vulnerabilità sistemica è la norma. L’instabilità giuridica si traduce spesso in impieghi fragili, contratti a termine e maggiore esposizione allo sfruttamento: situazioni che, in alcuni contesti, rasentano forme contemporanee di servitù.

In questo senso, il quesito referendario sulla cittadinanza non poneva solo un problema identitario, ma chiamava in causa il riconoscimento della dignità e l’appartenenza sociale. Non si trattava solo di chiedersi se qualcuno “si senta italiano”, ma se lo Stato sia disposto a riconoscere diritti a chi lavora, abita e cresce i propri figli nel tessuto della società. In quest’ottica, l’“italianità” non dovrebbe fondarsi sulla discendenza, ma sull’impegno a costruire un progetto collettivo di diritti e doveri. Parlare di cittadinanza, in questo senso, significa parlare di diritti del lavoro.

Di fatto, i referendum non sono falliti perché il pubblico abbia respinto con decisione il cambiamento, ma perché la politica istituzionale non ha creato le condizioni per un coinvolgimento reale e significativo. Silenzio, astensione e una gestione accurata del discorso pubblico hanno creato un ambiente in cui la riforma progressista non ha trovato aria per respirare. E da nessuna parte ciò è stato più evidente che nel trattamento della cittadinanza: una questione che riguarda diritti, dignità e accesso alle protezioni più basilari che una democrazia possa offrire.

L’Italia ha perso un’occasione, non solo per riformare le proprie leggi, ma per chiedersi che tipo di nazione desidera essere. Se l’italianità resterà una finzione nostalgica o si trasformerà in qualcosa di più inclusivo e democratico è una questione ancora aperta; se questo referendum ha rivelato qualcosa, è che non sarà il silenzio a risolverla.